Luciano Cesare Ascenzi

20 marzo 2012

di ritorno

Filed under: Religione — dastella @ 16:57
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Di ritorno da otto giorni trascorsi a Napoli mi e venuto di confrontare le cose che ho visto a Napoli con quelle che conosco di Firenze.
Le chiese di Napoli sono diverse come concezione del trascendentale da quelle di Firenze. Nelle chiese napoletane si rappresenta un’immagine dello spirito. A Firenze si manifesta la purezza dello spirito. A Napoli lo spirito è un’idea preziosa e viene rappresentato con i materiali più preziosi. Gli arredi delle chiese napoletane sono sontuosi, si tratta di ori, argenti, pietre preziose, porpore, velluti, marmi, vetrate colorate piombate e di tutto di più. Gli interni delle chiese napoletane sono veramente belli, ricchi e sfarzosi, denotano un’idea della gioia di vivere e danno del divino un’idea di opulenza.
A Firenze hanno avuto un’altra idea della casa di Dio. È un’idea severa dello spirito. Gli interni delle chiese fiorentine in genere sono piuttosto severi e nelle chiese più importanti non c’è nessuno luccichio. Lo spirito divino è puro spirito e non viene rappresentato con ornamenti. Una dimostrazione ne è che la facciata del Duomo di Firenze (Santa Maria del Fiore) e della chiesa di S. Croce in piazza Santa Croce sono rimaste in pietra per quattro secoli circa, fino all’ottocento, quando sono state completate in marmo per dare maggior decoro alle piazze in occasione della nomina di Firenze a capitale del Regno d’Italia. Erano state lasciate le facciate di pietra, mentre il resto dell’esterno delle due chiese era di marmo, erano state lasciate incompiute. Le facciate di pietra davano un’idea più alta della religiosità dei fiorentini, più austera.
E forse per questo erano più belle. Questo perché la povertà della chiesa è un’idea più evangelica e più aderente al Vangelo.
È rimasta a Firenze ancora una basilica con la facciata di pietra, ed è la basilica di San Lorenzo che contiene tra l’altro le Cappelle Medicee con opere di Michelangelo.

mercoledì 18 settembre 2002

26 febbraio 2011

Ritratti

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 21:19
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Ieri è capitato a casa Alessandro, Alessandro è un amico di Giacomo e io l’ho rincontrato recentemente a una mia mostra a San Salvi, da Chille della Balanza .
Lì al vernissage mi chiese se potevo fargli un ritratto, io accettai e ieri è venuto il giorno. Ieri Alessandro ha posato per il disegno e oggi l’ho colorato e finito, non è male.
Mi sono specializzato nel ritratto, genere minore era considerato nei secoli scorsi, stava dietro la pittura di argomento religioso e quella di storia.
La mia pittura di ritratti è arrivata a una definizione dei tratti distintivi del modello che si caratterizza per la sottrazione di alcuni dei dati dati. È un minimalismo pittorico eppure risulta completo allo scopo. Sembra che non ci possa aggiungere altro della somiglianza, l’espressione e un po di introspezione psicologica del modello. Tutto questo c’è, seppure in una economia dei mezzi espressivi e in tono sommesso. Tutto quello eventualmente in più appesantirebbe.
È invece la leggerezza della carta di riso, l’impalpabile, una visione in filigrana. È concisione e sintesi, riassunto.

21 febbraio 2011

Autoritratti numero 1 e numero 2

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 17:56
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Cerco di rispondere ai dubbi di Giacomo riguardo ai miei ultimi due dipinti, sempre autoritratti e intitolati radiografia numero 1 e radiografia numero 2.
Radiografie perché sono stato esposto al radio al volto e ho pensato a Hiroshima e Nagasaki. La vampa accecante dal calore, il vento nucleare, il bagliore solare che tutto nasconde, dove la carne e tutto fonde a causa dell’esplosione nucleare.
Ecco, io voglio riprodurre l’accecamento che nasconde i tratti del volto che si sciolgono, cieca la vittima e anche chi osserva, ma voglio comunque essere riconoscibile nelle mie sembianze anche se ho mantenuto gli occhi più scuri del solito e la bocca.

20 dicembre 2010

Gli autoritratti

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 14:33
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Gli autoritratti
Alcuni mesi fa lasciai la Tinaia e mi ritrovai così a dipingere in casa da solo, e essendo io più che altro un pittore di ritratti, mi trovai gioco forza a dipingere più che altro me stesso, cioè a dipingere soltanto autoritratti. Ne ho fatti una ventina, tutti delle medesime dimensioni 35×50 cm.
Quando avevo dei modelli il problema era più che altro di rendere il soggetto, che si potesse riconoscere e piacere. Con me stesso invece dopo un iniziale ricerca della difformità tra le sembianze dell’uno e l’altro autoritratto, per avere una diversificazione anche minima, ho pensato a migliorare lo stile. Ho iniziato una ricerca del colore meno violenta, smorzata e più armonica e una maggiore sintesi nei tratti e piano piano ci sono riuscito. Ho fatto dei progressi! Che se avessi avuto ancora a disposizione dei modelli non avrei fatto essendo il motivo unico nella riconoscibilità dei tratti del modello e non nello stile.
Ho raggiunto un mio classicismo liquido da quello che prima era il mio primo rinascimento.
L’esito finale sono i dipinti “Autoritratto in tinta e Autoritratto con sfondo oro”
Mi compiaccio che la mia ricerca solitaria abbia sortito qualcosa. C’è ancora da fare.

25 giugno 2010

Disegni

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 15:01
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Mentre facevamo colazione in Tinaia, stamani Michele a cui ho fatto il ritratto ha elogiato le mie capacità in campo artistico, specificatamente nel disegno. Ha detto che sono un bravo disegnatore al che io ho risposto di no nel merito, ho detto che disegno come tanti e che io ritengo che siamo in tanti in grado di fare un disegno più o meno esatto, nel mio caso nella ritrattistica e che ho conosciuto diversi disegnatori più bravi di me nei diversi luoghi che ho praticato come artista, per esempio l’accademia libera di Borgo san Frediano o tra gli allievi del professore Bugatti e anche in Tinaia c’è la Sara che è più brava di me nel disegno artistico fine a se stesso dato che è diplomata al liceo artistico.
Io non sono molto capace nel disegno come opera ma so fare un disegno come strumento. Un ritratto è la sovrapposizione di più cose oltre a un disegno come strumento, nei miei disegni di base per un ritratto non sono necessari i disegni come opera che tra l’altro non sarei neanche capace di fare. Tutti rifiniti con luci e ombre.
Il prodotto finale, un ritratto fatto da me non richiede neanche un disegno preciso ma mi basta un disegno approssimativo se il risultato finale è la stratificazione di altre cose, in particolare il colore che è capace di evocare e non definire esattamente e sempre nel mio caso di approssimazione in approssimazione il risultato finale è spesso di inusitata evocazione.

12 giugno 2010

Prospettiva

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 14:05
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Grande è stata la rivoluzione della prospettiva lineare di Brunelleschi in pittura e altrettanto quella della distruzione dalle catene della prospettiva lineare e aerea operata da Picasso che ci ha reso liberi dalle regole e ci permette di fantasticare su un quadro.

1 giugno 2010

Sabrina

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 14:17
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Stamani ero in Tinaia che da poco tempo è frequentata anche da una studentessa dell’ Elza Morant viene lì per fare un po di tirocinio. Lei è Sabrina e mi ha chiesto un foglio per fare un disegno, una copia da un libro e il primo l’ha buttato fuori, ha girato il foglio per un altro tentativo, a questo punto sono intervenuto dicendogli “disegnare è una disciplina dove si procede tra due limiti”.

9 marzo 2010

Mostra al Parterre

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 21:28
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Stamani in Tinaia c’era la riunione. Come sempre accade di martedì, uno si e uno no.
L’argomento era, tra gli altri anche la prossima mostra a maggio al Parterre. Si dovevano trovare due artisti attinenti al riguardo tra loro e un titolo per la mostra, da votare, una persona un voto. La dottoressa Grecu ha proposto me e Antonio, altri invece hanno proposto Giovanni e Giuseppe per le loro similitudini a volte, come già detto e altri Antonio e Umberto. Io ho proposto me e Massimo per il modo di procedere esiguo. Io dipingo sempre lo stesso quadro con delle differenze minime dal precedente dovute dai tratti somatici differenti dei differenti modelli, dipingo con campiture piatte di colori vivaci e questo è piuttosto un modo di evocare il modello più che di definirlo. Le uniche differenze tra ritratto e ritratto sono gli incastri diversi dei colori vivaci tra dipinto a dipinto e le diverse fattezze tra le persone, ma sempre della stessa posa.
Massimino invece fa sempre la stessa figura nella stessa identica posa “brut”, che poi nei diversi colori e dimensioni risulta sempre un tantino differente dai precedenti dipinti. É una figura archetipa, primitiva, forte, violenta, “brut”.
La Grecu ha proposto anche il titolo della eventuale nostra mostra insieme, io e Massimo, “Variazioni sul tema”. Io invece ho proposto “linguaggi minimi” per l’economia di risorse formali dei miei dipinti e per la fissità sempre dello stesso soggetto per quanto riguarda Massimo.
Siamo andati al voto delle varie coppie, un voto a persona e siamo stati scelti io e Massimo per la prossima al Parterre, per cinque voti sui quattro di Giovanni e Giuseppe, i restanti meno.

15 gennaio 2010

Gli impressionisti

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 17:31
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Tornato Giacomo dopo un soggiorno in Francia a Parigi per gli ultimi giorni dell’anno e i primi dell’anno nuovo, tornato dicevo e ci siamo incontrati per una pizza e per rinnovare una ormai consolidata amicizia.
Mi ha confidato a tavola di essere andato al museo del Orangerie a vedere gli impressionisti e di averne ricevuto una forte impressione…tutti quei colori, abbagliato, la luce frantumata…non proprio con queste parole ma io so di cosa parlava, era il pulviscolo, il barbaglio.
Gli ho detto che non poteva rimanere deluso, tutti quelli che si avvicinano alla pittura restano piacevolmente sorpresi dagli impressionisti perché la loro pittura è easy, di facile comprensione, bastano gli occhi è lì tutta in superficie.
Ci sono innumerevoli artisti e movimenti di avanguardia più difficili da apprezzare e da capire ma con questo non voglio dire che sono migliori perchè più difficili.
La difficoltà di comprensione non ne aumenta il valore estetico.
Ai neofiti all’arte volevo specificare che in genere gli impressionisti piacciono subito, ma sono i più facili da dimenticare.

28 novembre 2009

L’arte e idea

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 16:58
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In passato, nei secoli scorsi quando l’arte era l’unico mezzo di rappresentazione della realtà e ci si proponeva soltanto di riprodurre la realtà non c’era bisogno di una teoria estetica per spiegare il procedere di un artista.
Le avanguardie e i loro manifesti sono frutto della presa di distanza dal vero e dagli occhi per mettere sul piano, sulla superficie una realtà della mente, quella dell’artista che veniva teorizzata appunto in manifesti di intenti.
Anche adesso, nei nostri tempi, dalle avanguardie in poi è necessaria una idea forte, una new che sorprenda per misurare la grandezza di un artista, una idea nuova, meglio se ardita.
L’occhio deve essere rivolto dentro di se, dentro la propria mente.
Più soggettivo e personale è, meglio è. Un artista è così riconoscibile ad un primo sguardo.

12 novembre 2009

Il caso in arte

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 16:38
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Stamani in Tinaia, mi sono avvicinato a Marco B. mentre stava dipingendo il laboratorio con i suoi tavoli, le colonne e le finestre, stava facendo un interno e mentre operava mi ha chiesto un parere su come ultimare il suo dipinto; specificatamente sul pavimento e le sue piccole mattonelle. Il punto era se riprodurre le mattonelle o fare un pavimento indistinto con tutta una tinta piatta.
Qui c’entra la fatica del pittore sui dettagli, su come renderli più veri in un certo tipo di pittura e la soddisfazione a lavoro ultimato, con grande fatica.
Marco sembrava scoraggiato di fronte a tanto lavoro. Io gli ho consigliato di stendere una tinta piatta per tutto il pavimento e poi sopra con un colore più scuro fare una griglia di linee che si intersecano per rendere le mattonelle.
Gli ho detto che la pittura è ricerca ma a volte le scoperte più grandi sono affidate al caso, avvengono quando divaghiamo e diciamo poi “Guarda questo, non è male !” e parte da un dato inaspettato una estetica nuova.

ll caso nell’arte

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 16:33
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Stamani in Tinaia, mi sono avvicinato a Marco B. mentre stava dipingendo il laboratorio con i suoi tavoli, le colonne e le finestre, stava facendo un interno e mentre operava mi ha chiesto un parere su come ultimare il suo dipinto; specificatamente sul pavimento e le sue piccole mattonelle. Il punto era se riprodurre le mattonelle o fare un pavimento indistinto con tutta una tinta piatta.
Qui c’entra la fatica del pittore sui dettagli, su come renderli più veri in un certo tipo di pittura e la soddisfazione a lavoro ultimato, con grande fatica.
Marco sembrava scoraggiato di fronte a tanto lavoro. Io gli ho consigliato di stendere una tinta piatta per tutto il pavimento e poi sopra con un colore più scuro fare una griglia di linee che si intersecano per rendere le mattonelle.
Gli ho detto che la pittura è ricerca ma a volte le scoperte più grandi sono affidate al caso, avvengono quando divaghiamo e diciamo poi “Guarda questo, non è male !” e parte da un dato inaspettato una estetica nuova.

11 agosto 2009

Parliamo di coraggio…

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 18:55
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Parliamo di coraggio e del coraggio che occorre a volte all’artista per una soluzione nuova che a volte intuisce e trova difficoltà a mettere in pratica dopo giorni di onesto lavoro che potrebbe andare sciupato dal nuovo di cui ha avuto il presentimento.
L’onesto è contrario all’azzardo e a volte il pittore non è sicuro di se e della sua capacità di giudizio. L’arte è una strana stenografia e non ne sappiamo mai abbastanza, tutti, ed è anche logorio e delusione a volte.
Ma non aver paura, sii audace, dagli quella benedetta pennellata, così per dire, poi forse ti sentirai un artista e poi forse comincerai a pensare in grande.
Si comincia con poco poi si finisce a ragionare per categorie.

21 luglio 2009

Stamani sono passato…

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 10:35
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Stamani sono passato dalla Tinaia per lasciare due miei dipinti, due ritratti.
Arrivato li ho appoggiati nel corridoio, così passando li avrebbero visti i frequentatori della Tinaia.
Antonio B. si è fermato un po a osservarli, sembrava distratto, ma invece li ha guardati con molta acutezza e un quarto d’ora dopo mi ha fatto un osservazione critica con molto acume “ Ci sono troppo poche pennellate”…. ed è vero! Te ne accorgi soltanto quando il ritratto non è riuscito perfettamente.
La mia è una pittura minimalista di campiture piatte e linee, senza niente in prospettiva, per questo povera di risorse.
Non ci sono sfumature nei miei ritratti, eppure quando le linee tracciate sono esatte (e non sempre mi accade di tracciarne così) i ritratti sono molto evocativi con così poco.
Se non sono precise invece e basta poco, il dipinto è stonato, sembra l’opera di un dilettante analfabeta. La linea di confine tra un opera e un ghiribizzo è breve.
Sembrano fumetti aulici i ritratti che riescono meglio.
Dovrei lavorare di più per raggiungere una maggiore efficacia, ma anche in economia, con questo ritmo, piano, piano faccio lenti progressi.
Si lavora per questo, per migliorarsi.

14 novembre 2008

Linee perimetrali

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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L'altra mattina ero in Tinaia con Emiliano e la Rossella quando uno dei due mi fa "Guarda quello" indicando un foglio attaccato allo scaffale dietro di me, mi giro e esclamo "È Marco" e Emiliano mi dice che il ritratto lo ha fatto la Sara.
Era il volto di Marco visto di fronte, soltanto l'ovale e gli occhi aperti e fissi e la bocca senza carattere, eppure Marco era riconoscibile, il tracciato perimetrale dell'ovale era tipicamente il suo e solo suo come quello di qualsiasi altra persona solo sua, ed estremamente caratterizzato e personale, sono uno diverso dall'altro, come le impronte digitali. Bastava quello per riconoscerlo perchè era stata esatta la Sara.
In un modello se uno è esatto con il perimetro partendo da una porzione di spalla seguitando a salire alla linea del collo poi l'orecchio e così via fino a finire all'altra porzione di spalla, la destra, rende riconoscibile le fattezze di qualsiasi modello anche solo con la linea perimetrale. Di più! Basta l'ovale del volto, una sola linea ovale del volto e gran parte del lavoro è fatto.
È importante per un ritrattista averne coscienza.

24 novembre 2007

E la furia iconoclasta si abbattè sull’arte…

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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E la furia iconoclasta si abbattè sull’arte degenerata e l’azzerò, tanto da dover dire al riguardo “li non cresce più l’erba” senza nessun rimpianto ne da una parte ne dall’altra. Da all’ora si parla d’altro.
Come si conviene ad ogni forma di espressione degenerata il tentativo di fare l'artista a suo tempo mi costo anche il carcere, tanto da dover dire “pittore neanche per idea, mai più…mai”.
Invece il mio talento fece si da farmi uscire da una istituzione totale come l’ospedale psichiatrico dalla porta principale con le mie gambe, mentre gli altri uscivano con i piedi in avanti con un cappottino di pino o rovere.
Di tanto sangue versato non rimane più traccia, come se non fosse mai stato, niente di niente. Da allora si parla d'altro.

15 aprile 2005

Art naive e art brut

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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Ieri sera ero a cena in casa di Marco e di sua moglie Mara, entrambi studiano architettura a Firenze e per dire una cazzata entrambi sono sposati tra di loro.
Loro hanno anche un figlio, il piccolo Giona di 4 anni e mezzo.
C'erano a tavola in via Niccolini altri amici, venuti anche loro a Firenze per studiare architettura.
Ci conosciamo da anni. Io non sono uno studente.
Eravamo lì, una allegra combriccola, si mangiava tutti insieme il buon cibo preparato da Marco e Mara.....il vino correva, anche una bottiglia di Valpolicella vino famoso perchè citato da Ernest Hamingway nel libro ?Addio alle armi?. Ne deve aver trincato parecchio, lo dice lui in quel libro più o meno autobiografico. La bottiglia fu subito seccata mentre ognuno cercava di dare il meglio di se nella ciacola, anche Giona che per questo a un certo punto tira fuori dei fogli con su dei disegni fatti da lui. Vi confido che ho fatto il ritratto a tutti i commensali quando facevo il pittore, a suo tempo, preciso a tutti, escluso il commensale giapponese che allora non conoscevo e per questo gli amici mi chiedono un parere, presumendo che me ne intenda, dei disegni, e a me viene da dire ? Sono tali e quali come quelli degli artisti della Tinaia?......attimo di silenzio e smarrimento tra gli ospiti.
Io proseguo spiegando ? Avete presente arte naive? Il pittore naive pur senza essere stato educato alla pittura cerca comunque di fare un arte accademica, di costringerla in regole estetiche accademiche, secondo lui, pur non avendo nessuna idea di cosa esse siano, essendo analfabeta.
Per fare il pittore di art brut bisogna, se così si può dire per intendersi, appartenere a certe classi sociali.
Mi spiego....artista brut puo essere soltanto, il detenuto (l'ergastolano), oppure il paziente psichiatrico, per la loro condizione che è causa di sofferenza psichica. I pazienti sono anche disgregati mentalmente e a me vedendo i fogli di Giona mi è venuto di accostarci anche i bambini perchè bambini e non ancora costruiti completamente psicologicamente, in gran parte difformi mentalmente e non del tutto razionali, non educati all'arte in quanto troppo piccoli, sarebbe stato impossibile questo.
L'artista brut è incolto ma spontaneo e si esprime nella massima libertà, non cerca di fare nessuna accademia, non ricerca un linguaggio aulico ed è la sofferenza il motore e generatore della loro arte, per il paziente psichiatrico e il detenuto perchè detenuto.
La loro produzione artistica è quasi sempre è caotica. Caos......, quasi sempre, almeno nelle opere dei pazienti psichiatrici.
Non c'è nessuna ricerca di una forma alta o piacevolezza, come nell'arte dei bambini, che la vale.
Giona è più grande di alcuni dei pazienti psichiatrici che ho conosciuto. Forse influiscono per questo i farmaci che sono costretti a prendere, almeno alcuni.
Il primo a gettare l' occhio su queste produzioni è stato il pittore colto Dubuffet che le riteneva superiori all'arte ufficiale addomesticata.
Adesso hanno mercati ed estimatori paralleli.
Come l'arte primitiva (africana principalmente) era apprezzata e ha ispirato Picasso e altri grandi artisti di inizio secolo proprio perchè non addomesticata e per questo causa e principio di estetiche più virili nelle loro intenzioni di artisti colti europei).
Hai presente Mozart e James Brown.....tale e quale.

10 marzo 2004

L’ineffabile

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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L’ineffabile

Avevo la testa affollata di immagini potenti a cui dovevo dare forma per capire.
Ieri ho fatto un disegno su una tela cm100x140 e ancora non capivo….dicevo invece agli amici del CPA e a Francesca che dipingeva con me “Devo riuscire a teorizzare…” e la notte mi è venuta in aiuto, nella notte tutto si è decantato ed è rimasta l’immagine pura e ho così potuto costringerla in un canone.
Avete presente quel dipinto di Pellizza da Volpedo intitolato “Il quarto stato”….guardatelo bene, quella è ancora arte, ma preannuncia quello che saranno i manifesti e l’arte definita del socialismo reale se arte si può chiamare, l’arte dei manifesti stampati nei paesi ex comunisti ed ancora oggi in Cina. Quei manifesti sono pieni di enfasi e retorica che celebrano gli eroi del socialismo, sono ingenui e fanno sorridere per la loro stupida propaganda, sono di fatto ridicoli.
Io ho trasportato tutto questo e vi ho aggiunto del mio nel campo della religione, questi Cristi e questi crocifissi sono immagini religiose, di un certo tipo di religione e come la intendono tante persone che frequentano la chiesa e come la insegnano certi religiosi nei programmi dedicati a loro in tv….sono immagini stucchevoli, di una dolcezza insopportabilmente zuccherina, traboccanti un amore insensato e incongruo e perché lo rappresentano stucchevole e insensato sono immagini cattive, sono immagini di un certo tipo di devozione, la devozione di certi santini, è la demenza innalzata sugli altari.
In realtà è il perbenismo messo alla gogna e chi pratica il perbenismo non conosce la vera bontà nè il vero amore motivato.

mercoledì 10 marzo 2004

9 ottobre 2003

Pensieri…dicevo a certi miei amici pittori,…

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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Pensieri

Dicevo a certi miei amici pittori, che si può fruire dell’arte anche senza capirla, perché importante è che si provi un piacere estetico di fronte ad un opera e si può provare piacere anche solo guardando certe forme anche senza una reale comprensione del loro significato, perché l’arte prima di tutto è forma e in genere sono forme gradevoli anche se possono essere esattamente il contrario del gradevole, dipende dalle intenzioni e dall’animo dell’artista.
Certi artisti hanno formulato teorie geniali e fantastiche per il loro operare, però se le forme non sono altrettanto geniali e fantastiche il loro valore è minore.
Io potrò sembrare un eretico, tra l’altro sono un pittore anch’io, sebbene legato al passato, io in pratica mi sento un dinosauro di fronte all’evoluzione che ha avuto l’arte oggi. Io sono un pittore di ritratti e mi sento di poter dire con la mia visione dell’arte che ad una teoria geniale come quella cubista e intendo il cubismo sintetico e il cubismo analitico ( intendo quello di Picasso e di Braque che ne sono gli inventori) non corrisponda una forma altrettanto geniale e per geniale intendo bella. Posso anche arrivare a capire che si può fare arte non bella e anche grande arte seppure non bella e che Picasso e Braque non si proponevano la bellezza nei loro intenti, ma soltanto dare visibilità ad una teoria sulla figurazione, una teoria anche geniale. Il fatto è che Picasso pur essendo il più grande artista del secolo non piace molto alla gente che cerca il bello nell’arte. Tantissime volte mi sono sentito dire “Non mi piace Picasso” per non parlare di Braque praticamente un nome sconosciuto da chi non ha una competenza delle cose dell’arte fuori dalla Francia. Picasso è invece conosciuto da queste persone per il periodo rosa e blue, per il periodo classico e surreale i periodi delle belle forme.
Ora io capisco che si possa fare a meno della bellezza nell’arte dopo duemilacinquecento anni di bellezza e che l’argomento era praticamente esausto e che non ci fosse più niente da dire a proposito della bellezza. Ma ritengo che ancora le forme siano più importanti delle teorie e che l’arte è forma e che le teorie pure appartengono alla matematica e non all’arte. L’arte è un'altra cosa.
giovedì 9 ottobre 2003

17 marzo 2003

Critici e artisti

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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Brutta categoria di fingitori i critici d'arte, sembrano i dottori che curavano Pinocchio morente. Loro strogolano e infiorano e sovraccaricano cose che hanno molto meno da dire di quanto sembrerebbe a sentire loro. Loro, i critici, si dimostrano intelligenti, più intelligenti, più cose astruse decantano e descrivono di un opera. Così il lettore dice "guarda che intelligenza, io non avevo capito tanto"....il fatto è che i critici spesso vendono fumo e le cose ostiche e astruse che dicono per descrivere un opera se le inventano, e più immaginifiche e introverse sono le loro descrizioni più loro risultano acuti e con uno sguardo d'aquila. Questo perchè descrivono gli artisti come persone estremamente volitive mentre invece il loro operare è spesso affidato alla casualità e il loro risultato finale è spesso un incognita, questo per quanto riguarda l'arte astratta in misura maggiore e anche un po anche l'arte figurativa....è l'ora di finirla di mitizzare gli artisti come persone (miti) spaventosamente sensibili e come toccate da un soffio divino che passano i giorni a progettare cattedrali dello spirito....lavorando sotto una buona guida chiunque può fare cose gradevoli e arte è chiudere un opera con un escamotage che all'inizio dell'opera non era assolutamente previsto e il risultato finale deve essere gradevole per l'osservatore e per i grandi deve stupire l'osservatore. Questo per dire che per il critico è difficile individuare i processi mentali dell'artista che spesso non ci sono e sono soltanto le pulsioni istintive che vengono all'artista man mano che procede....spesso a tentoni....se proprio si vuole individuare una sensibilità è la sensibilità che ci vuole ogni volta ad un grande improvvisatore per chiudere l'opera in una maniera sempre diversa e che all'inizio non poteva assolutamente prevedere e con questo cercare di stupire. Questo succede quasi sempre anche se non sempre e succede in particolare nell'arte astratta.

4 gennaio 2003

Il ritratto

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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Il ritratto 3

Nel ritratto pittorico e non fotografico non è auspicabile l'esattezza fisiognomica del modello perchè l'esattezza appesantisce l'opera, è invece desiderabile la vaghezza, il vago, l'impressione, l'impressione del modello lo idealizza. La resa vaga del modello come un ombra che passa sul volto o un ventaglio che nasconde e rivela il volto del modello aggiunge fascino invece che toglierlo al modello, direi che lo potenzia invece che sminuirlo.
Il vago costringe lo spettatore ad una ricostruzione tra ciò che è dipinto e il modello e se il modello è dipinto soltanto nelle sue peculiarità e non esattamente del tutto l'opera ci guadagna.

28 novembre 2002

I miei intenti in pittura adesso…

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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Più volte mi hanno chiesto "Come definiresti la tua pittura..." non ho mai risposto.
La mia pittura è cambiata nel tempo perché sono cambiato io, anzi meglio, è diminuita la mia sofferenza. Adesso faccio ritratti, prima autoritratti simbolico espressionisti. Adesso faccio ritratti che definirei neoimpressionisti, anche se arrivo all'impressione del ritratto con una tecnica del tutto diversa dagli impressionisti. Gli impressionisti frangevano la luce con una miriade di pennellate dei colori primari e secondari, loro dicevano che conta la prima impressione del soggetto. Insomma conta il primo colpo d'occhio. Il primo colpo d'occhio, la prima impressione è la realtà, è la verità.
Nei loro dipinti il disegno è inconsistente, i loro dipinti sono una vibrazione della luce ottenuta dalla frammentazione dei colori.
Io ottengo l'impressione del ritratto, neoimpressionismo, con una tecnica del tutto diversa, ottengo la prima impressione del ritratto con un disegno veloce e sintetico ed esatto delle linee essenziali del volto. Il disegno sulla tela è solo lineare ma esatto, ho abolito il chiaro scuro con la matita e dopo anche del colore che stendo in campiture piatte. Una per lo sfondo e l'altra campitura per il volto. I colori non rappresentano la realtà, i colori sono colori puri, quasi sempre colori primari e secondari.
Il risultato finale è l'impressione per sintesi di un ritratto la cui riconoscibilita del modello è affidata al disegno che deve essere esattissimo, dato che sono poche linee. I colori danno un impressione di sintesi (impressionismo) per economia e non per moltiplicazione e frammentazione, come nel caso degli impressionisti.
I miei dipinti sono molto solidi, danno un'impressione di solidità e non un impressione vaporosa e leggera come negli impressionisti. Ma ugualmente danno soltanto l'impressione di un ritratto, anche se cerco di raggiungere con la definizione degli occhi una verità psicologica e caratteriale del modello, ottenuta anche con un disegno veloce (5 minuti) e più esatto possibile, per quanto me lo concede la velocità d'esecuzione. La prima impressione per i modelli che non conosco o conosco poco è quello che conta, e come dicevano gli impressionisti, la prima impressione definisce meglio la verità.

6 ottobre 2002

Per scrivere serve…

Filed under: Scritti sull'arte — Luciano Cesare Ascenzi @ 00:00
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Per scrivere bisogna vivere, anche se si può scrivere attraverso l'esperienza indiretta della lettura. Si può fare lo scrittore anche senza aver fatto esperienze fondanti, ma avendole apprese e capite attraversi i libri di altri scrittori, non solo i libri ma anche i film, qualcuno ci riesce, non tutti, ma meglio resta l'esperienza diretta. Si può scrivere soltanto di ciò che si è capito e uno scrittore deve essere capace di una buona capacità di introspezione. Capire se stessi per quel che si può, serve anche a capire gli altri. Si deve usare la propria esperienza come criterio per misurare e capire le esperienze degli altri e il mondo e poter essere così capaci di descriverli. Serve capire la propria psicologia e i propri sentimenti per misurare il prossimo e la vita.
Non esiste buona letteratura senza spessore psicologico e una descrizione accurata dei sentimenti. La descrizione realistica e veritiera dei mille intrecci e nodi della vita è più importante dello stile anche se lo stile è auspicabile. Per parlare della vita bisogna averla capita. Non si può parlare con proprietà di ciò che non si è capito e per prima cosa per capire bisogna capire se stessi, per quel che si può.

18 settembre 2002

Di ritorno da otto giorni trascorsi a Napoli

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Di ritorno da otto giorni trascorsi a Napoli mi e venuto di confrontare le cose che ho visto a Napoli con quelle che conosco di Firenze.
Le chiese di Napoli sono diverse come concezione del trascendentale da quelle di Firenze. Nelle chiese napoletane si rappresenta un'immagine dello Spirito. A Firenze si manifesta la purezza dello Spirito. A Napoli lo Spirito è un'idea preziosa e viene rappresentato con i materiali più preziosi. Gli arredi delle chiese napoletane sono sontuosi, si tratta di ori, argenti, pietre preziose, porpore, marmi, vetrate colorate piombate e di tutto di più. Gli interni delle chiese napoletane sono veramente belli, ricchi e sfarzosi, denotano un'idea della gioia di vivere e danno del divino un'idea di gioia.
A Firenze hanno avuto un'altra idea della casa di Dio. È un'idea severa dello Spirito. Gli interni delle chiese fiorentine in genere sono piuttosto severi e nelle chiese più importanti non c'è nessuno sfarzo. Lo spirito divino è puro Spirito e non viene rappresentato. Una dimostrazione ne è che la facciata del Duomo di Firenze (Santa Maria del Fiore) e della chiesa di S. Croce in piazza Santa Croce sono rimaste in pietra per quattro secoli circa, fino all'ottocento, quando sono state completate in marmo per dare maggior decoro alle piazze in occasione della nomina di Firenze a capitale del Regno d'Italia. Erano state lasciate le facciate di pietra, mentre il resto dell'esterno delle due chiese era di marmo, erano state lasciate incompiute. Le facciate di pietra davano un'idea più alta della religiosità dei fiorentini, più spirituale e forse per questo erano più belle. Questo perché la povertà per la chiesa è un'idea più evangelica e più aderente al Vangelo.
È rimasta a Firenze ancora una chiesa con la facciata di pietra, ed è la chiesa in piazza S. Lorenzo che contiene tra l'altro le Cappelle Medicee con opere di Michelangelo.

Romano e Gotico

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Due stili architettonici il Romanico e il Gotico ambedue nati in Francia e antitetici.
Come il Romanico è greve, buio, pesante e basso il Gotico invece è snello, luminoso, trascendentale e elegante.
Il Romanico viene prima ed è buio perché nei suoi muri ci sono piccole finestre. IL Romanico non svetta perché i suoi muri sono spessi muri portanti e anche per questo non possono andare molto in alto e possono contenere solo piccole finestre.
Dunque il Romanico si potrebbe quasi definire uno stile modesto adatto per chiese di campagna e piccole cattedrali.
Il Romanico è eclettico e non ci sono canoni e moduli architettonici standard. Le chiese romaniche possono essere molto diverse tra loro.
Il Gotico è un'anelito verso l'alto e il divino, il Gotico è uno stile trascendentale, questo perché il Gotico ha uno scheletro di pilastri (fasci di colonne) che chiudono in archi a ogiva o detti a sesto acuto tenuti chiusi da contrafforti e da guglie che possono salire altissimi e tra pilastro e pilastro invece di un muro il Gotico mette una vetrata piombata e colorata perché di muri in una chiesa Gotica ce né una necessita minima. Per questo può salire in altezza e gli interni delle chiese Gotiche sono molto luminosi. Questa luce intende rappresentare il divino, il pensiero divino.
L'insieme delle chiese Gotiche da un'impressione di leggerezza e trascendenza.
Il Gotico è uno stile più omogeneo del Romanico, intendo dire che è uno stile più standardizzato nelle sue parti.
In stile Gotico ci sono meravigliose cattedrali.

10 luglio 2002

E’ una attività molto spitituale il mestiere di pittore

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È un'attività molto spirituale il mestiere di pittore e se la dovessi paragonare a qualcosa di religioso direi che è qualcosa come "Gli esercizi spirituali" che praticano i Gesuiti a differenza degli altri ordini religiosi a differenza degli altri mestieri .
Bisogna domare la materia e trasformarla in qualcosa che dilati l'animo e che stupisca e che ti tocchi e anche per i più sensibili, che commuova.
Il mestiere di pittore è un nuovo stato di coscienza e una nuova consapevolezza .
Bisogna essere leggeri e rigorosi come monaci amanuensi e io penso che questo mestiere è come una vocazione religiosa.
Ci vuole molta religiosità nel pittore e deve essere la religiosità dei santi e non la religione delle beghine e di chi si atteggia e batte e conia moneta falsa.
Il pittore come un frate francescano ha sposato sorella povertà e per nessun motivo deve vendersi a " mammona". Deve trovare il suo profitto nel lavoro, tutto il resto è in più, e si deve pur vivere .
Il pittore in un epoca tecnologica e in un epoca della riproduzione tecnologica delle immagini è un personaggio demodè e con la sua manualità è fuori dal tempo sia per lentezza e inesattezza, ma comunque un buon ritratto, per esempio, manca della fissità dell'immagine riprodotta tecnologicamente. Voglio dire che un'opera d'arte è polivalente, poli espressiva e gioca, ha uno spazio sul quale gioca e questo spazio sono i più significati che uno può leggere in un buon ritratto, in un'opera. L'espressione di un ritratto di una vera opera per quanto fissata sulla tela ha uno spazio su cui si muove e su questo spazio lo sguardo dello spettatore può dilungarsi e riflettere e sentire.
Io paragono il mestiere di pittore all'attività religiosa perché quando il pittore dipinge ha la stessa sospensione dell'animo e concentrazione della mente ed è completamente ripiegato su se stesso e quello che vede . Come i Gesuiti quando praticano i loro esercizi.

5 luglio 2002

Alchimia

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I più grandi alchimisti sono stati gli arabi che mentre cercavano di trasformare i metalli in oro, hanno invece scoperto la distillazione dei superalcoolici, ovvero l'acquavite o acqua di vita. Dovevano essere magnifici chiusi nei loro laboratori pieni di alambicchi, fornelli e crogioli, nei loro lunghi mantelli esploravano le nuove frontiere della materia….dovevano essere magnifici e misteriosi nei loro lunghi mantelli e più d'uno è stato accusato di stregoneria.
Anche io sono un po' alchimista e cerco di trasformare la materia in oro, cerco di trasformare la materia in qualcosa di ineffabile. I materiali con i quali lavoro sono povera cosa….colla di pelle di coniglio, biacca, tele di lino e di cotone, colori e pennelli e solventi.
E disponendo e tracciando in infiniti modi colori e linee tento l'indescrivibile, l'ineffabile perché ogni vera opera d'arte ha una parte che non si può rinchiudere in uno schema, ha una frazione che non si può racchiudere in una descrizione e questa ineffabilità è l'acquavite che avevano trovato gli arabi, è l'alcool e l'effetto dell'alcool sullo spirito.

8 maggio 2002

Genealogia dell’arte

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Ci sono due linee nella storia dell'arte, c'è una linea calda e una linea fredda, c'è in realtà anche un'altra linea,una terza che si potrebbe definire una linea onirica.
Cominciamo dalla linea calda, la linea calda si può chiamare anche linea rossa o dove il sentimento prevale, la linea fredda invece è una linea dove prevale la speculazione o che si può anche definire cerebrale, voglio intendere che in questa linea la razionalità sottomette il sentimento.
Come ho detto c'è anche una terza linea che si può definire onirica o irrazionale o anche linea visionaria.
Nella linea calda si parte con Van Gogh….puntualizziamo, l'arte diventa più libera nel 19esimo secolo in Francia, intendo dire diventa libera interpretazione nel 19esimo secolo in Francia, intendo di nuovo dire, diventa arte dove la soggettività prevale sulla obbiettività della natura.
L'arte rossa di passione e di sangue nasce con Van Gogh che insemina tanti grandi solitari e alcuni movimenti d'avanguardia come i Fauve, gli Espressionisti e gli Espressionisti Astratti. Posti tra le avanguardie bisogna ricordare pietre miliari come Munch, Ensor e Schiele. La pittura della catena calda è una pittura dove il dolore e l'emotività critica dell'artista hanno una predominanza nell'atto di dipingere e nella creatività.
La linea fredda o cerebrale inizia in grande evidenza con Cezanne e si sviluppa con Picasso e il Cubismo e poi con l'Astrattismo o perlomeno con un certo astrattismo razionale e geometrico. In questa catena fredda o più speculativa delle forme è la linea dove la mente vince sul cuore e le viscere.
Si potrebbe far partire queste due catene 4 secoli prima del 19esimo secolo in Francia. Si può partire con la linea fredda in Italia con una pittura prospettico rinascimentale in contrapposizione alla pittura di luce nata nel nord Europa, (fiamminghi). La pittura prospettico rinascimentale del primo rinascimento è una pittura più razionale e composta e proporzionata e fredda della pittura di luce dei nordici e si evolve nel Classicismo maturo del 16sedicesimo secolo e nel Neoclassicismo e poi come ho detto in Cezanne, Picasso cubista ecc.
La pittura di luce più cupa del Nord si sviluppa nel naturalismo di Caravaggio e nel naturalismo tutto e poi nel Romanticismo, e poi in maniera molto più evidente in Van Gogh e compagnia bella.
C'è invero una terza linea più visionaria o onirica dove la razionalità dorme e viene scoperchiato un vaso che libera mostri.
Questa catena irrazionale si può far iniziare con Bosch anche se ha le sue radici e molto di più nel medioevo.
Di questa catena io voglio nominare soltanto chi svetta come una Sequoia, dunque in compagnia di Bosch come una linea di sangue Blake, e Goya per certi versi e di nuovo Ensor e tutti i Simbolisti e poi tutti i Surrealisti per evoluzione, e aggiungerei Pollock e amici.
In Ragione, Sentimento e Sogno puoi racchiudere tutta la storia dell'Arte.

27 aprile 2002

Osare

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Per disegnare e dipingere disegni e dipinti molto simili perlomeno ad una opera d'arte, ci vuole coraggio ,bisogna osare.
Molte persone che disegnano e dipingono sono timidi mentre lavorano, e il loro risultato finale lo dà a vedere, i loro disegni e dipinti sono incerti, senza quid direi, perché non hanno osato, Per osare intendo dire non hanno avuto coraggio di azzardare un determinato colore o un colpo di pennello perché la loro opera era costata una notevole fatica e di conseguenza avevano il timore di rovinare il lavoro di tanta fatica se alla fine avessero osato di più, Questo dipende da una mancanza di fiducia nei propri mezzi, in una certa insicurezza nel proprio criterio di valutazione,
nel non credere in se stessi come artisti.
L'arte è una ricerca e per ricercare bisogna sperimentare. L'atelier è un laboratorio di sperimentazione continua e per sperimentare bisogna azzardare.
A volte, più raramente osa chi non ha talento, anche questo si può osservare in giro. È comunque più apprezzabile un disegno o un dipinto audace anche se eseguito da chi ha scarso talento, che un disegno semplicemente scolastico.

17 aprile 2002

Osservare…

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Per dipingere ( disegnare ) e scrivere bene bisogna saper osservare. Sembrano antitetiche la pittura e la scrittura, ma vengono equiparate come attività riuscite bene, dall'osservazione. Osservare per capire e riprodurre e descrivere. Si osserva come il gabbiano cerca il cibo sul mare. Osservare non è guardare, si osserva con la mente per penetrare, per comprendere. Ovviamente l'organo privilegiato del pittore è l'occhio ma non l'occhio fine a se stesso, ma l'occhio con dietro la mente che ragiona, che studia, che medita quello che ha davanti per una comprensione profonda e per poter riprodurre in maniera efficace. La stessa cosa è necessaria allo scrittore, ma con un'accezione ancora più astratta, intendo dire che lo scrittore per scrivere deve osservare il mondo, la vita per poter scrivere del mondo, la vita in maniera efficace e osservare la vita è un'astrazione ma si attua con gli occhi e dietro la mente. Osservare è un'attitudine silenziosa e per chi vuole scrivere o dipingere deve necessariamente divenire un'attitudine.

28 febbraio 2002

Il pittore

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Il pittore deve suscitare lo stupore dell'osservatore con un'immagine imprevista e assolutamente nuova, invece lo scrittore deve scuotere e esaltare l'immaginazione del lettore. Il pittore lavora con l'immagini e lo scrittore con l'immaginazione dei fruitori. Il pittore deve avere anche una grande manualità e invece lo scrittore deve essere un'affabulatore. È la vista l'organo più importante del pittore e importante è anche la sua capacità di distorcere e rinnovare la realtà. È la capacità di mescolare e combinare nuovamente le parole come un biscazziere il mazzo, l'abilità dello scrittore. La scrittura, la grande scrittura è una fascinazione e assomiglia a una lusinga ed è ordine. Il pittore è un bonzo quando lavora solo al cavalletto…. assorto e non cosciente del suo corpo e della forza di gravità. Leggere la grande parola scritta è come leggere uno spartito musicale…. e la nota risuona nell'animo. La mano deve essere docile e ammaestrata nel pittore quando le sue emozioni la direzionano. Lo scrittore deve orizzontarsi tra le emozioni, i sentimenti, i valori e l'etica e deve essere un'uomo. Più è artista e più è uomo, più è uomo e più è artista. Il pittore è un'esteta e lavora con le diverse categorie del bello e non è necessario che sia un uomo. Il pittore e lo scrittore sono Peter Pan e Capitan Uncino e portano in se il dono della profezia.

29 dicembre 2001

Qual’è l’utilità dell’artista? (creativo)

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A cosa serve l'artista? Qual'è la sua utilità nella società?
L'artista sembra assolutamente inutile in questa società....cioè è un individuo che non si può incasellare in nessuno schema ,non è produttivo, l'artista deve essere una scheggia impazzita che deve fare più danno possibile alle convenzioni con le quali vivono le classi sociali produttive....intendo dire i cittadini che producono merci ,beni materiali, denaro....
L'artista (leggi chi crea) si deve mettere a nudo nella più totale sincerità,come in un soliloquio, rivolgendosi a se stesso.....deve far fare un passo avanti agli altri (società) arricchire l'immaginazione, la vita spirituale degli altri, far riflettere, scandalizzare.
L'artista è contro.
L'artista deve portare idee stupefacenti, eversive, dirompenti, sempre nuove.
Non deve creare pensando di monetizzare la sua vita interiore....il posto che occupa nell'immaginario dovrebbe essere la sua paga, deve prima di tutto parlare a se stesso, autoeducandosi....è proprio questa totale sincerità l'utilità che ne ricava la società.
Sempre,in tutte le epoche la verità ha ferito...il proverbio dice "ne uccide più la lingua della spada" (leggi,le idee)......vero.
Per artisti (chi crea) intendo scrittori, filosofi, compositori, pittori....insomma chi ha idee nuove....deve essere un profeta di verità impreviste....

4 novembre 2001

Il ritratto II

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E' preferibile ritrarre chi si conosce, almeno un po', per poterlo rendere in verita. Non è sufficiente la somiglianza, non è sufficiente che la persona ritratta si possa riconoscere nel dipinto, nel dipinto possa riconoscere i suoi lineamenti.
Il ritratto deve essere un ritratto dell'anima o perlomeno il ritratto di certe caratteristiche psicologiche del modello, modella.
Il pittore di ritratti deve rendere anche le emozioni e i sentimenti che il modello, modella evocano in lui.
Come si fa? Più importanti sono gli occhi, gli occhi esprimono tutti i sentimenti, emozioni e situazione psicologica che un essere umano puo attraversare. Si tratta per l'artista di renderle accentuandole un po' ma senza minimamente cadere nel caricaturale. Questo perché un dipinto possa essere un'opera d'arte e non una fotografia.
Poi viene la bocca. Con la bocca si esprime l'umore del momento e deve essere in perfetta sintonia con gli occhi. Quello che esprimono gli occhi, lo deve esprimere anche la bocca, nella stessa maniera,con la stessa identica intensita.
Anche le mani sono molto espressive,possono rivelare tante situazioni nascoste,tanta interiorità.
Tutto va deformato secondo la sensibilta dell'artista, perché come o detto sopra un'opera d'arte non è un ritratto fotografico del modello, modella.
La lente deformante che è l'occhio dell'artista deve sezionare tutte queste componenti e riassemblarle in un equilibrio perfetto.

20 settembre 2001

L’arte nel tempo

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L'arte è stata, e per arte intendo la pittura e la scultura, dicevo, l'arte è stata considerata per secoli uno strumento per registrare. Ci si serviva dei pittori e degli scultori per documentare e illustrare tutto quello che si poteva e tutto quello che era utile illustrare e documentare. Per molto tempo i pittori e gli scultori sono stati considerati alla stregua degli altri lavoratori erano cioè degli artigiani, anche se dei lavoratori in alcuni casi molto abili dal lato tecnico e ideativo ed erano già in pratica degli artisti anche se non lo erano di fatto. È stato Michelangelo l'artista che a fatto fare ai pittori e gli scultori il salto di qualità e li ha fatti diventare e riconoscere artisti cioè lavoratori portatori di idee nuove. L'artista si differenza dagli altri proprio per questo: perché è un portatore di idee nuove e più le idee sono personali e originali e più così sono considerate dal vasto pubblico più grande è l'artista. Per l'arte, da strumento di documentazione della realta si è passati da Michelangelo in poi in strumento di interpretazione della realtà e più è individuale l'interpretazione della realta nell'arte e più è efficace. Molto cammino si è fatto su questa strada in 5 secoli fino a cancellare la realtà con l'arte astratta e anche dopo sempre si è trovato punti di vista molto personali della realta secondo i propri stati d'animo, i propri sentimenti e le proprie idee da parte degli artisti. Anche se sembra sempre più difficile con il tempo essere innovativi, infinite sono le idee e sempre ci sarà da dire qualcosa di nuovo nell'arte, io immagino.

5 settembre 2001

Per disegnare

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È l'emozione che guida la mano quando si traccia una linea, un segno. Non è il guardare determinati contorni del modello che guida la mano del pittore quando questo traccia la linea che gli corrisponde. Ma sono le emozioni, i moti dell'animo, anche minimi che sente l'artista quando guarda che direzionano la mano del pittore. La mano dell'artista è come un sismografo che registra ogni scossa tellurica, ogni movimento, anche minimo (emozioni, moti dell'animo) e le segna sul foglio o sulla tela.
Bisogna saper osservare per disegnare bene, ma è l'animo, i sentimenti dell'artista che interpretano il modello, e la mano è solo lo strumento che li registra. Anche se sembra che la mano, i gesti abbiano una memoria. Voglio dire che certi automatismi o l'allenamento a certi gesti rimanga impresso nella pratica manuale, come se la mano avesse memoria di quei gesti ripetuti e potesse poi ripeterli con più agio e facilita. Per questo bisogna lavorare molto, disegnare molto perché tra i sentimenti e ciò che li registra (la mano) ci sia una comunicazione facilitata, ovvero una comunicazione il più sciolta che è possibile.

26 agosto 2001

Andy Warhol ed io

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Persone con una competenza appena elementare e poco sensibili dopo aver visto i miei dipinti mi hanno detto "tu copi Andy Warhol" oppure "ti ispiri alla Pop Art". Niente di più inesatto e distante.
Spieghiamo la Pop Art; la Pop Art riproduce l'immaginario collettivo popolare e la societa dei consumi, per es. i personaggi dei fumetti, le merci di consumo popolare dei supermercati e Andy Warhol in serigrafia, che è un procedimento a stampa meccanico, stampa di fotografie scattate da lui stesso. Riproduce in serie personaggi dell'immaginario collettivo popolare. Mantenendo nelle foto tutto l'apparato di chiaro scuro e massime luci e ombre seppur colorate della pittura.
Io tralascio di descrivere i miei momenti precedenti, quello accademico, del quale mi restano pochi esempi, quello simbolico espressionista autobiografico e quello semimeccanico nel quale ho ritratto i miei compagni i degenti dell'Ospedale Psichiatrico e voglio parlare dei ritratti che faccio adesso specialmente alle ragazze, per i quali sono accusato di essere un seguace della Pop Art.
I miei ritratti sono fatti dal vero. Per il disegno sulla tela ho bisogno che la modella posi. Poi metto il colore sulla tela a memoria, metto un colore che è non realistico ma un'interpretazione psicologica emozionale della modella. Metto il colore in campiture piatte senza assolutamente tutto l'apparato accademico chiaroscurale io inoltre definisco lavorando molto gli occhi dopo aver trascurato per un uso economico delle variabili tutto il resto. Questa profondita dello sguardo (così la chiamerei) mi serve per dare un'interpretazione mia del carattere della modella, così diventano ritratti che sono un'interpretazione simbolico psicologica della modella con molte liberta tecniche che mi prendo, cioè un'estrema economia dei mezzi tecnici espressivi.
Come si vede non ha nulla a che fare con la riproduzione della societa dei consumi popolare e vorrei aggiungere che io come artista non sono meno di Andy Warhol, anzi io sono più creativo e più abile nel mestiere di pittore.
Questo è tutto una volta per sempre.

22 giugno 2001

Il ritratto (È necessaria la verita,intendo verita come…)

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È necessaria la verita,intendo verita come profondita, voglio dire non bisogna fermarsi alla superfice, nel ritratto, in pittura. Non è sufficiente la semplice somiglianza fisiognomica, è poco per un artista.
Bisogna cogliere le caratteristiche psicologiche ed emotive più caratterizzanti il modello e renderle nel ritratto.
Rembrandt nelle varie stagioni della sua vita ha dipinto una serie straodinaria di autoritratti nei quali si mette completamente a nudo.
Rembrandt forse è il più grande in questo campo, voglio dire nel ritratto e nell'autoritratto.
È un'altra storia quella dell'autoritratto,forse è più facile indagare nel profondo di se stesso, forse, dico forse perché sono così pochi quelli che ci riescono.
Io,nel ritratto per ottenere una maggiore profondita mi affido alla memoria, voglio dire, dopo aver disegnato il modello o modella sulla tela non ho più bisogno del modello. La stesura dei colori avviene in un secondo tempo, quando il modello non c'è più. Stendo i colori a memoria, affidandomi alla memoria, senza modello di fronte.
In questo modo credo di rendere oltre la somiglianza che ho ottenuto nel disegno col modello di fronte, anche le caratteristiche emotive e psicologiche che mi hanno più colpito e qualche volta suggestionato del modello o modella. La memoria purifica da quello che è superfluo e ininfluente, nella memoria si sedimenta quello che è forte, l'essenziale, il più caratterizzante.

16 giugno 2001

Il ritratto (Il ritratto, il ritratto nell’arte della pittura…)

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Il ritratto, il ritratto nell'arte della pittura come dice la parola significa riprodurre il tratto, cioè rifare le linee fisionomiche del modello o modella. Tra le innumerevoli linee che un pittore può traccire sul foglio o la tela, dopo aver osservato attentamente il modello, una sola è quella esatta che riproduce quel dato lineamento del modello o modella e l'artista deve necessariamente tracciare solo quella. Perciò la pittura di ritratti è una disciplina, una disciplina si può dire come il tiro con l'arco. Provate a riprodurre i tratti perimetrali di un modello o modella nudi e fermi in una posa breve, di due, tre o cinque minuti e capirete, essendo costretti alla velocita e all'esattezza e enfasi, enfasi intesa come espressione di un sentimento, cosa intendo per disciplina. Il ritratto è come una ginnastica fatta di movimenti misurati e scomodi e dolorosi. Più devono essere veloci,esatti ed enfatici, più sono dolorosi. Il ritratto è una cosa a mezzo tra un'arte marziale d'origene orientale e il rito del tè. Osservazione, autocontrollo e empatia e sentimento e ascetismo sono i diversi aspetti degli ingredienti che costituiscono la pittura di ritratti.

14 aprile 2001

Dipinti sul sacro

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Volevo iniziare una serie di dipinti ispirati dalla Bibbia. Dovevano essere significativamente diversi da tutti i dipinti che erano stati fatti fino ad oggi, dovevano essere impietosi per quanto riguarda una certa melassa sentimentale che la religione si porta attaccata, dovevavo essere crudelmente ironici ma non blasfemi, dovevano mettere alla berlina un certo modo di intendere "il buono,il bene". Non sono riuscito a mantenere i miei propositi, o perlomeno ci sono riuscito solo nei primi due dipinti, poi mi sono perso. Forse per me è troppo difficile affrontare le cose nel tempo con lo stesso stato d'animo. Io lo so, il mio animo, le mie emozioni oscillano, oscillano da un estremo ad un altro, come un pendolo, nell'arco di poco tempo. Io sono incostante, non so mantenere un'emozione nel tempo. Mi esalto e mi crocifiggo lo stesso giorno. Questo mi succede a livello emotivo e le mie emozioni sono il motore della mia creatività. A me nasce tutto nelle viscere, a livello viscerale. Forse costa troppa energia mantenere una certa intensita nel tempo, forse e impossibile per chi crea come me con le interiora. Per questo forse ho fatto solo pochi dipinti in 12 anni, perche ho dipinto solo quando ero carico emotivamente, non mi è mai riuscito fare il mestiere di pittore come fosse un lavoro, cioè con continuità, tutti i giorni.

21 luglio 2000

Fauvismo ed espressionismo

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Claudio tra tutti i miei giovani amici è quello che ha più talento, è il più attrezzato, non solo perché alla facolta di Lettere eccelle negli studi. Tutti 30 e un solo 27 e inoltre lavora regolarmente. Ma Claudio ha talento nella vita, vive come un giovane artista, cioè diffonde talento in molti campi della vita di tutti i giorni. Io lo amo e lo ammiro, come amo e ammiro molti altri giovani, nei diversi ambienti che frequento quotidianamente. Compreso quello di lavoro Pizza Okey. Ma Claudio ha più talento degli altri e io lo amo e lo ammiro più degli altri. Quando parlo d'amore intendo un'amicizia profonda, virile e senza nessuna attrazione sessuale. Io e Claudio abbiamo molti scambi di opinioni e idee di argomento letterario, artistico, musicale e naturalmente le donne. Claudio prima di un'esame di storia dell'arte, dove ha poi preso 27,tutti gli altri sono 30, mi ha detto "I Fauves sono gli espressionisti francesi", può sembrare così ma non lo è. C'è una differenza sostanziale tra i due movimenti artistici, differenza di spessore, ma non sono nemmeno simili secondo me. Mentre nel fauvismo i colori violenti sono un fine. Il fine è produrre un impatto forte con colori quasi sempre puri, non miscelati, senza toni medi. E il fine è sempre un'estetica del bello, violento ma bello, tutto in superficie. Nell'Espressionismo i colori quasi sempre accesi e puri, anche loro, sono un mezzo. Il pittore espressionista dipingendo faceva prima di tutto una critica sociale e di costume e dell'individuo, nella Germania dell'epoca. Il pittore espressionista ritraeva la scimmia che si celava sotto le apparenze, il focomelico, scavavano molto in profondità. Erano delle bell'anime questi pittori. Grandi artisti, anche se tra loro manca il pittore divino, il grandissimo artista, il Matisse della situazione o almeno si intravedeva il pittore divino in Schiele, ma è morto molto non ancora trentenne. Troppo presto, anche se ha lasciato dipinti di indimenticabile e di sfolgorante e dolorosa bellezza e forza.

21 novembre 1998

Morte di un pittore

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Da oggi non toccherò più un pennello, la pittura e l'arte per quel che mi riguarda è morta. Ho dipinto per 9 anni completamente da autodidatta, in questo tempo ho fatto un lavoro originale e mai ripetitivo. La mia arte ha avuto una evoluzione, come è giusto che sia per ogni vero artista, è un evoluzione non soltanto tecnica ma anche estetica, restando però sempre legata al tema della figura umana (autoritratti e ritratti di psicotici). L'affermazione e il riconoscimento dei miei dipinti, non riguarda il loro valore estetico, ma è legata a cose e fatti che non hanno nulla a che fare con l'arte. Chi mi ha imposto questa norma è un demente perverso e ha spento in me ogni amore per l'arte e ogni stimolo a dipingere. Non sono più un pittore, adesso lavoro alla Coop. Io vivo da solo e faccio mille cose, non ho neppure il tempo di prepararmi la cena, adesso vivo tra la gente, vedo gente e per vedere tutte le persone che mi piacciono e che conosco, bisognerebbe che le settimane fossero composte di 14 giorni e i giorni di 48 ore e che avessi tantissimo denaro e io denaro non ne ho punto, così spesso rimango in casa. Io ho iniziato a dipingere per lasciare un documento su quello che avevo passato, io ho cercato di dare forma al mio dolore, io ho cominciato a dipingere per riempire la mia solitudine senza speranza, mentre ero ricoverato in un ospedale psichiatrico. Da 5 anni e mezzo vivo in un appartamento in via Cimabue con Pierluigi e sono riuscito contro ogni mia speranza e aspettativa a tessere una serie innumerevole di rapporti di amicizia e conosceze, così vasta che non posso mantenere, a meno che avessi il potere dell'ubiquità. Sono poi riuscito nella pittura in modo sorprendente, nessuno si aspettava tanto da me, la mia riuscita ha sorpreso anche me. Io non saprò mai il reale valore economico dei miei dipinti, adesso sono assolutamente sottostimati e se io facessi un atto perverso, sarebbero contesi e venduti a chissà che prezzo. Il mio amore per l'arte mi è costato 2 anni e mezzo di carcere durissimo e altre dolorosissime esperienze. Sembrerebbe che abbia buttato via il mio tempo in questa attività, sembrerebbe che mi sia costato troppo senza ricevere in cambio niente. Non è vero, un mese fa ho partecipato ad una mostra collettiva, con un ritratto fatto a Pierluigi, il professor Bugatti lo guardava ammirato e dopo un po' di tempo che lo osservava a detto "è geniale". Questo commento critico sincero mi ripaga di tutto e mi conferma che quando ho iniziato a dipingere non ero un velletario. Sapevo che potevo riuscire a fare un lavoro significativo. Adesso ho chiuso, chiuso per sempre e per motivi che non hanno nulla a che fare con l'arte, ne ho abbastanza, adesso ho altro da fare.

4 maggio 1998

La scrittura e la pittura per me

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Il pittore, dipinge la sua diversita, la sua alienazione. Intinge il pennello, nel rosso profondo e nero del suo cuore e del suo animo e come Prometeo porta il fuoco tra la gente. La mia pittura, è eversione, un accusa, una denuncia di un'ingiustizia subita, di mille soprusi, un guardarsi dentro, un rappresentarsi nudo, difforme,ignobile. Per attribuire una colpa, la colpa a chi mi ridusse così. Il poeta, squadra, mette in riga i suoi versi, per raccontare la sua solitudine e la sua frustrazione, quello che non ha vissuto ma ha sognato, quello che voleva intensamente vivere. Tutti e due parlano di un ebreo, di una persona ambigua, che nessuno ha capito e nessuno capisce perché malato, malato per una norma che è più malata di lui. La mia poesia, è un balbettare, il volo di un tacchino verso il sole. Parla anche lei di me, di un infermo, di un cieco, di uno zoppo, è un'opera buffa. La mia poesia è l'opera di un saltimbanco inesperto e sciancato, ma parla di me, di uno che sente con grande intensita quello che non ha vissuto, parla di un chiaroveggente che è stato accecato per cantare.

11 giugno 1997

Sangue, sudore, lacrime e sperma

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Ieri sera sono andato con il professor Bugatti direttore dell'Istituto d'Arte di Porta Romana, e altre persone a vedere una mostra di quadri astratti, una delle più belle che abbia visto ultimamente in ambienti privati. Io facevo le mie osservazioni al professore, gli dicevo che erano quadri molto raffinati, che però alcuni cadevano nella leziosità. Il professore mi ha risposto che sono troppo settario, perché mi piace solo un certo tipo di pittura, quella che è in sintonia col mio modo di dipingere. Però ha poi aggiunto che a lui piacciono di più i miei dipinti, che i miei dipinti sono fatti con sangue, sudore, lacrime e sperma, che la mia pittura ha molta forza, ma non solo se no non sarebbe un gran che. Sono anche raffinati, perché riesco a raggiungere la sintesi. E questo della sintesi è un gran complimento. Ho capito che mi diceva che ho raggiunto un difficile equlibrio, tra potenza, raffinatezza e semplicità. Questo è il primo grosso riconoscimento che ricevo da quando dipingo. E detto dal professore, una prsona che capisce l'arte come pochi, mi riempie di soddisfazione. Il professore mi ha visto dipingere, alle sue lezioni i ritratti dei miei compagni di ospedale psichiatrico. Questa serie di quadri mi piacerebbe esporli tutti in una mostra che intitolerei "io crocifiggo". Ho paura che andranno dispersi, venduti alla spicciolata. Ora che ho riempito le pareti della mia casa con alcuni di questi ritratti, gli altri man mano che li dipingo, li porto alla Tinaia.

6 giugno 1997

Il colore

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Per me il colore è febbre, delirio, insulto. Si può imparare a disegnare, con un buon maestro si può diventare degli ottimi disegnatori, e la storia dell'arte è piena di ottimi disegnatori, mentre c'è una grande carenza di artisti che si distinguano per la sensibilità al colore.
Perché nonostante le teorie più o meno scientifiche, sull'accostamento dei colori, mettere insieme due o più colori, che si potenziano, che si esaltino è un fatto intuitivo, istintivo che nessuna teoria può insegnare.
Per esempio, accostare un giallo ed un blù della stessa, perfetta, tonalità e le tonalità di giallo e di bleù sono infinite, allora, dicevo,trovare immediatamente sulla tavolozza due tonalità che si sposino felicemente,è semplicemente una qualità innata,che nessun maestro può insegnare.
Io quando ho un disegno che mi emoziona, butto giù energicamente, velocemente, un colore dopo l'altro e l'emozione che provo, mentre accosto la prima pennellata di colore ad un altro colore,la paragono all'emozione che penso proverei a sferrare una coltellata ad un uomo, o al gesto che si compie per tagliare in due, con un solo colpo di scure un grosso ceppo di legno.

20 aprile 1997

La mia pittura

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Finora della pittura, si ammiravano e studiavano le linee, i colori e il chiaroscuro. Le linee potevano essere descrittive, nervose, sintetiche, o a colpo di frusta, come nel liberty od altro. Si ammiravano e studiavano poi i colori, che potevano essere armonizzati, contrastani o monocromi. Tutte queste variabili formavano un quadro. Gli spettatori lo osservavano e pochi lo capivano. Comunque il tutto era su una superficie che poteva essere una tela, una tavola o un foglio. Il fatto che fosse su un solo piano, rendeva l'immagine come un fotogramma, cioè immobile e non una sequenza. Così ci si contentava di vedere come era resa un immagine. Lo sguardo scorreva su la superficie e l'osservatore poteva dire "guarda come è ben fatta quella testa" o "che bel paesaggio" oppure "non mi piace quel quadro astratto". Tutto restava in superficie, tutto era immobile e piatto, nonostante la prospettiva. Io ho dato profondità e movimento alla pittura. Le mie icone scatenano un processo ideativo e immaginativo come una sequenza, suscitano delle emozioni che devono essere uguali alle mie quando li dipingo. Le mie immagini fanno pensare sono di grande livello concettuale. Raccontano una storia. Raccontano la storia della mia vita. La vita di un diverso, di una creatura ibrida, metà Satana, metà Arcangelo. Vi restituiscono quello che mi avete fatto. Le mie icone sono la mia morte. E diverranno il vostro incubo. Vi suggestioneranno, non le dimenticherete. Entreranno nella zona d'ombra della vostra psiche. Le ho dipinte con il mio sangue, con tutta la mia rabbia, sono la mia ritorsione contro di voi, porci. Il livello tecnico dei miei quadri, di questi primi sette anni è rozzo, perché sono un autodidatta. Ma sono comunque efficaci, funzionali allo scopo, vi strangoleranno. Da pochi mesi prendo lezioni di pittura dal professor Bugatti e la mia tecnica migliora gradualmente. Adesso dipingo ritratti dei miei ex compagni di manicomio. Sono tutte persone che in un modo o nell'altro mi tormentavano. Tranne alcune donne. Le loro storie le racconto nei miei quadri, con tutta la mia cattiveria, con astio, è la mia rivalsa.

23 ottobre 1996

Uno strano commercio

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Oggi ho fatto un'esperienza nuova, sono andato a Lucca per una mostra, dove erano esposti due miei autoritratti. Uno mi rappresenta con un'enorme zanzara sol collo che mi stà pungendo, l'ho dipinto pensandomi a Montelupo dove le zanzare erano il tormento più grande per quasi dieci mesi l'anno e non c'erano difese contro di loro. Tanto che se adesso una zanzara mi punge mi si evoca quel durissimo periodo di reclusione. Il quadro non è ben dipinto, mi sembra goffo, dipinto da mano inesperta. Sono solo riuscito a rendere lo sguardo, che esprime un tormento sordo, intenso, amplificato dalla continuità con cui era ripetuto continuamente. In altre opere sono riuscito meglio. Ritengo questo insetto realmente ripugnante. L'altro mi rappresenta seduto ad un tavolo con un grosso libro davanti e una sigaretta in mano, con vicino una donna. Quella era la ragazza della quale sono stato tanti anni innamorato e non gli dichiarai mai il mio amore per lei,per mancanza di coraggio, e forse per questo non corrisposto. Questa mia impotenza ha aggravato la mia malattia e le mie pene.
Ora mi chiedo se chi vede quei due quadri, capisce che esperienze di vita vissuta ho passato per poter dipingerli. Si può vendere una vita di sofferenze? Il dolore si può mercificare? A me sembrava di essere nudo davanti alle persone che guardavano quei due brandelli di carne supporata. É veramente una strano commercio. L'autoritratto è stato venduto quasi subito ad una coppia che tempo addietro
mi aveva comprato altri quattro dipinti. Li ho avvicinati e mi sembravano due persone sensibili e intelligenti.
Forse il quadro è nelle mani giuste.

19 ottobre 1996

Fascinazione per il morboso

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Mi era stato assegnato un destino di solitudine e umiliazioni che non capivo la ragione.
E io ho trasformato la mia galera in una torre d'avorio, teppezzata di libri. Sapere e capire ,diventare pittore, erano l'unica ragione della mia vita. Mi sono applicato alla lettura. Qualsiasi argomento assorbiva il mio interesse, spaziavo dalla astronomia alla gastronomia, ma in modo particolare mi interessava la storia dell'arte, fino a che mi hanno concesso di iniziare a dipingere. Ho iniziato con quadri molto puliti, molto meticolosi, rifiniti tecnicamente, erano quasi tutte copie, nature morte di grandi maestri, sono passato poi ai ritratti ed infine agli autoritratti. Mi sono trovato allora invischiato in una palude, senza poter riuscire a nettarmi da un fango tenace. Ho scoperto un vaso e ne sono usciti demoni e mostri. Ho dipinto le ferite che mi sono state inferte e che sanguinavano ancora. Era come praticare esorcismi e scongiuri per cercare di raggiungere l'insensibilità. Ero stato così a lungo vicino alla morte,era diventeta la mia compagna. Mi sono accorto che il morboso e l'orrore avevano uno strano potere di fascinazione. La tela era lo specchio del mio precipitare in una notte così profonda, in un vuoto così grande di valori umani e mi ero ritratto così infimo e indegno e ne sono così potentemente uscito fuori e ho visto un nuovo giorno di sguardi teneri di umana simpatia.

1 ottobre 1996

Antiestetica

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Il mio proposito era dipingere la mia vita, una vita diversa, ingegnosa nel male e renderla in maniera brutale, cioè come l'ho vissuta. Una antiestetica. Mentre tutti gli artisti cercano di dipingere quadri da salotto o da salone, il mio desiderio sarebbe collocare i miei dipinti negli Ospedali Psichiatrici, piccole città dolenti chiuse in alte mura,dove la gente che vi ha trascorso gran parte della vita completamente dimenticata, praticamente sepolta e che ha consuetudine col dolore, si sentirebbe rappresentata e capita, ma non consolata. Il mio intento non è consolare o edulcorare, la mia è un antiestetica della nausea e del disgusto. Per questo non vendo praticamente un quadro. Mi riuscirebbe anche, dipingere graziosi mazzi di fiori o dolcissime Madonne, da mettere a capo del letto, invece dipingo immagini che il posto più adatto per i benpensanti, che praticamente non capiscono niente di un opera, sarebbe la cantina. Ma non mi scoraggio. Io dico c'è molto bisogno di abbellire un mondo barbaro, c'è molto bisogno di mistificazione, di creare immagini leggiadre per i filistei, che li rassicurino,
da collocare nelle oasi che sono le loro belle case. Ma c'è più bisogno di sincerità,di lucidità, di dire le cose come stanno, di fare aprire gli occhi, anche se non è apprezzato. Essere invadente con i miei quadri, quadri che rappresentano la mia vita, averli dipinti nonostante tutto a dispetto di tutti, per
lasciare un documento sul mio inferno, su quello che avevo subito, su quello che avevo sofferto per farli è stata una dura battaglia. Doloreal calor bianco. Ce l'ho fatta, ora sono soddisfatto. Il successo come artista non me lo auguro, perderei i contatti con la mia realtà, non saprei più chi sono.
Più importanti sono i quadri, quelli restano, gli artisti alla moda passano.

L’inesprimibile forse

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Ho immerso il pennello nelle mie piaghe, per rendere l'nesprimibile, la mancanza di respiro, un'ansia che strugge, la paura. Quando mi andava bene all'ospedale psichiatrico erano musi duri,se no ghignazzi, risa di derisione e insulti, c'era da menar le mai all'O.P..
Ho cercato di dipingere l'alito freddo della morte, che mi ha accompagnato nell'istituzioni totali dove sono stato rinchiuso. Pellicanò dopo aver visto alcuni miei quadri, mi disse che riesco a rendere le mie emozioni.
Ho attuato una rivoluzione, i pittori fino ad ora dipingevano quello che avevano di fronte e lo rendevano in maniera più o meno neutrale, o lavoravano di fantasia ad un estetica altra, ma senza cercare in se stesso, nel proprio passato argomenti per lavorare.
Rendere la mia vita, l'alienazione e la morte è stato un lavoro doloroso e difficile. Ho trovato molti motivi per dipingere una vita diversa, una vita che era un sentiero tortuoso e ombroso, un sentiero laterale che non arrivava mai a incontrarsi all'autostrada del Sole che era la vita di tutti gli altri. Perché ho principiato a dipingere all'età di 40 anni? Perché quando ero un bambino molto piccolo, avevo circa 5 o 6 anni cercai di fare un ritratto a matita del mio babbo, e ne ricevetti in cambio molti complimenti. Da allora ho presunto di essere un buon pittore e ho vissuto con questa convinzione fino a che ho intrapreso questa attività, cioè fino a 40 anni, come dicevo.
Mi è tornato buono avere uno strumento per lasciare dei documenti dal mio punto di vista su cosa avevo combinato e quale era stata la punizione. Forse i miei quadri non hanno valore artistico, ma sono soltanto una patologia per immagini, ma questo non importa. Io a questo punto non mi sento un artista e comunque non amo gli artisti e non so che farmene degli onori riservati agli artisti.
Io non produco cose gradevoli per abbellire il mondo, che senso ha cercare di ingentilire i salotti dei buoni borghesi. Il mondo fa paura per questo bisogna essere sinceri e brutali, come sono stato io con i miei autoritratti, con me stesso.

1 settembre 1996

Difficile (Sembra così difficile capire perché un disegno o…)

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Sembra così difficile capire perché un disegno o un dipinto sono un opera d'arte osservare e come con un colpo di spada arrivare all'osso della questione, decifrare l'intelligenza profonda dell'opera. Perché un insieme di linee tracciate arrivano a congiungersi in un insieme mirabile come la tela del ragno, grande artefice, di un opera sono riuscite e mille altre no. Saper valutare un opera, confrontare, capire la differenza tra un quadro e un altro, sembra difficile come far fare un'equazione ad un analfabeta. Capire da solo, per me è stata una grande sfida, tanto che ho sciupato una buona vista sopra i libri e consumato le mie scarpe per visitare a tappeto le gallerie di Firenze, instancabile. Ma un ulteriore livello di intelligenza e lucidità, l'ho raggiunto, dopo aver tanto letto e osservato, cimentandomi nell'opere, pur senza nessun maestro, completamente autodidatta.
Ora so quanto difficile sia azzeccare tra le infinite variabili le coordinate per attuare la magia dell'opera riuscita.

1 agosto 1996

La fatica di dipingere

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Voglio esprimere quello che provavo a dipingere nel cuore della notte, dopo essere stato due ore ad osservare la tela bianca sul cavalletto e in queste due ore aver fumato un pacchetto di sigarette e sorseggiato un caffè triplo. Si trattava di fare la prova del dolore, di saggiare quanto ero sensibile al dolore. Alcune volte ne venivo sopraffatto, lo spazio della tela era un'abisso oceanico in cui sprofondavo. Andavo a ripescare, stati d'animo e sentimenti che mi avevano portato in carcere e in manicomio. In uno stato febbrile, col cuore in gola davo forma all'incubo del mio passato, dipingevo autoritratti che mi costavano tutto il mio sangue e i miei nervi. Ne tiravi uno dietro l'altro, ne ho dipinti più di sessanta. Credo di aver descritto in maniera esaustiva il mio animo contorto il mio tormento. Questo è durato quasi tre anni. Dare testimonianza dello straziante infortunio, di quello che mi era successo, di quello che mi avevano fatto è stata un'esigenza psicologica. Penso che nessuno abbia passato quel che ho pagato io per dipingere.
Adesso nel mezzo della notte dormo. Dormo quelle poche ore che mi permettono di affrontare la giornata in maniera accettabile e dipingo molto meno. Ma quel che più conta non dipingo più il mio passato, adesso la vita mi sembra lieve, anche la fatica ora è dolce. Adesso faccio ritratti a persone alle quali voglio bene o che stimo e gliene faccio dono ora tutto mi sembra agevole.

1 gennaio 1996

Quello di Roberto Sguanci è un mondo di fiaba

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Quello di Roberto Sguanci è un mondo di fiaba, un po' surreale dove tutti si amano ricambiati, è un mondo di sguardi teneri, di occhi sognanti come specchi che amano e riflettono amore….e c'è anche altro.

Il mondo poetico di Roberto tocca anche il cinema visionario di un singolare e unico artista come Federico Fellini, inoltre è impolverato da un fantastico e bonario umorismo, delicatissimo e strampalato una via a metà tra Collodi e Pierrot , per intendere….un umorismo notturno, lunare e trasognato….è il mondo di un artista nato sotto il segno di saturno come tutti gli spiriti veramente bizzarri, come tutti i veri artisti.

Luciano Ascenzi

Al liceo artistico

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Al Liceo Artistico serale mi sono scontrato con il prof. di figura.
Io gli spiegavo le mie ragioni e lui le sue,lui mi diceva "guarda quel disegno sono mesi che ci lavora, il tuo invece non è finito" e io a replicare " il disegno per me non è il fine, il disegno finito non è il mio scopo, ma uso il disegno in funzione di un dipinto ,per me un disegno è uno strumento, il disegno mi serve in funzione di un dipinto" e lui " questa è una scuola si disegna così ,qui si impara questo" e io cercavo di spiegarmi " non mi interessa rifinire un disegno fino allo sfinimento,per i miei scopi il mio disegno è già finito cosi " e gli altri allievi a dirmi " delle cose le sai già fare ma se seguiti così non impari altro,farai solamente le cose che conosci già" e io " io vengo qui per sciogliermi la mano e i disegni che faccio qui sono sufficienti per finire un dipinto che è il mio scopo,mi interessa solo l'esattezza non la rifinitura".
Insomma tira una brutta aria.

Due riflessioni

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Ieri, mi è capitato in mano un catalogo di una mostra, era del pittore Vaccarezza,oVaccareccia.Proponeva ritratti di persone ospitate in Ospedale Psichiatrico,insomma pazzi. Questo pseudo pittore,rappresentava caricature di esseri umani, forse,pensava di rappresentare così, il disordine interiore e il dolore insopportabile. Questo pittore, come tante persone,non si rende conto che la caricatura dell'uomo,è la scimmia,e non il folle.Il folle ha i tratti alterati,alterati come avesse una mascera,la mascera dignitosa di chi soffre.

Mi succede,a volte,di avere una notte nebbiosa in testa,a causa dei farmaci,altre volte mi sento come una lama,una lama che taglia la gola,una lama che penetra nel fianco. Il mio aspetto,forse dimesso e innocuo,lo sguardo perso nel vuoto, il parlare lento e basso,forse,ha ingannato molte persone,così, hanno pensato di farsi un facile boccone di me,ma gli sono rimasto ficcato in gola, come un amo.Forse, pensavano che fossi vinto ma io non sono un vinto,anzi. Mi hanno rinchiuso in luoghi orribili,ma ne sono uscito dall'ingresso principale,e con le mie chiavi. Non sono rimasto segnato,da esperienze che avrebbero stroncato,chiunque altro.

Il ritratto 3

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Il ritratto

Il ritratto,il ritratto nell’arte della pittura come dice la parola significa riprodurre il tratto,cioè rifare le linee fisionomiche del modello o modella.
Tra le innumerevoli linee che un pittore può traccire sul foglio o la tela,dopo aver osservato attentamente il modello,una sola è quella esatta che riproduce quel dato lineamento del modello o modella e l’artista deve necessariamente tracciare solo quella.Perciò la pittura di ritratti è una disciplina,una disciplina si può dire come il tiro con l’arco.
Provate a riprodurre i tratti perimetrali di un modello o modella nudi e fermi in una posa breve,di due,tre o cinque minuti e capirete,essendo costretti alla velocita e all’esattezza e enfasi,enfasi intesa come espressione
di un sentimento,cosa intendo per disciplina.
Il ritratto è come una ginnastica fatta di movimenti misurati e scomodi e dolorosi.Più devono essere veloci,esatti ed enfatici,più sono dolorosi.
Il ritratto è una cosa a mezzo tra un’arte marziale d’origene orientale e il rito del tè.
Osservazione,autocontrollo e empatia e sentimento e ascetismo sono i diversi aspetti degli ingredienti che costituiscono la pittura di ritratti.

sabato 16 giugno 2001

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